24 April 2002
commerce
Third Commercial Workers'
Summit
Sydney, Australia, 16 - 18 April 2002
Documents and presentations
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Responsabilità sociale delle imprese – esistono relazioni di lavoro di qualità nel commercio? Presentazione del caso ARTSANA L’accordo siglato il 28 ottobre 1997 può definirsi storico nella misura in cui per la prima volta nello scenario internazionale una multinazionale del commercio si impegnava a rivendicare l’applicazione della clausola sociale quale condizione essenziale alla sigla di accordi commerciali. In quel periodo le multinazionali che operavano nei Paesi del sud-est asiatico concordavano direttamente con il Governo locale le condizioni economiche e i tempi necessari per la produzione del bene o del servizio richiesto, scollandosi di dosso qualsiasi responsabilità e non ponendosi il problema di chi lo produrrà, con quali condizioni di lavoro, con quale giusta ricompensa. Oggi Artsana opera all’interno dell’internazionalizzazione nel rispetto dei diritti umani e sindacali fondamentali attraverso l’attuazione di questo codice di condotta che è stato negoziato con le OO.SS del commercio e i Dipartimenti Internazionali Confederali. il cui negoziato ha richiesto un lungo periodo di tempo e che ha richiesto una serie di passaggi. STORIA Alla fine del 1993 a Zhili, paesino a sud della Cina, nella Zhili Handcraft Factory – praticamente un capannone chiuso a chiave e senza uscite di sicurezza - scoppia un incendio e perdono la vita 87 lavoratrici che in quel momento stavano producendo giocattoli di pezza per la CHICCO. La notizia in un primo momento viene tenuta nascosta, poi ne viene a conoscenza il Sindacato di Hong Kong che la comunica in un primo momento al Sindacato italiano e poi con un comunicato stampa e la notizia finisce su tutti i giornali del mondo. ARTSANA in un primo momento non ha voluto assumersi la responsabilità di quanto successo perché rimandava la responsabilità al Governo cinese, in quanto l’azienda non aveva rapporto diretto con questa fabbrica, che invece è a produzione ciclica e il caso ha voluto che nel momento in cui è scoppiato l’incendio di stavano producendo prodotti con marchio Chicco. Ma grazie ad una serie di pressioni da parte nostra e la notizia che ha leso enormemente l’immagine dell’azienda a livello internazionale , è stato possibile negoziare questo CDC. A latere del codice, nel 1998 l’azienda ha accettato di stanziare 150.000 EURO per la costituzione di un Fondo, che è gestito dalla Associazione Italina Produttori Giocattoli e dai Dipartimenti internazionali confederali, e devoluto alla Caritas di Hong Kong. All’inizio volevamo devolvere il fondo per risarcimento alle famiglie delle vittime; ma il governo cinese e l’autorità locale si sono rifiutati di darci la lista e gli indirizzi delle famiglie. Abbiamo fatto allora pressioni sull’Ambasciata cinese a Roma, abbiamo cercato l’interessamento dell’Associazione americana dei giocattoli che ha sede a Shenzen e della Croce Rossa di Hong Kong ma non ci siamo riusciti a trovare il canale per rintracciare queste persone. L’anno scorso la Caritas di Hong Kong ci ha suggerito di finanziare due progetti, che sono già operativi:
Il CDC che abbiamo negoziato prevede che le aziende fornitrici, che producono per Artsana, rispettino:
Per la gestione del CDC:
Considerazioni generali Come Organizzazioni Sindacai, nella nostra vita sindacale quotidiana, stiamo verificando come i processi attuali di globalizzazione dell’economia e internazionalizzazione della produzione, se da una parte possono rappresentare una opportunità di crescita della popolazione mondiale, dal punto di vista del sapere, del potere e della ricchezza, dall’altra siamo consapevoli che possono condizionare in maniera negativa le condizione di lavoro delle persone. Ecco perché su scala mondiale ed europea si è sviluppato questo ampio dibattito sulla responsabilità sociale delle imprese, che in sé esprime un concetto molto ampio, al quale gli si possono attribuire diverse interpretazioni. E’ indubbio che l’attuale scenario ci porta a sostenere come diventi sempre più urgente e necessario promuovere un’attività sindacale su scala mondiale, europea e nazionale che porti a vincolare le aziende a rispettare le clausole sociali internazionali e ad assumere in prima persona una responsabilità sociale. Per quanto riguarda quindi l’esperienza italiana, dove la contrattazione è particolarmente sviluppata e praticata ai diversi livelli – aziendale, territoriale e nazionale – e dove il modello di relazioni industriali è ben strutturato dal punto di vista dei rapporti e dei compiti delle parti sociali - è chiaro che nel momento in cui le aziende del commercio, qualsiasi sia la loro dimensione, rispettano e applicano effettivamente tutte le disposizioni di legge e contrattuali, è per noi di per sé implicita una assunzione di responsabilità sociale da parte loro. Diverso è il discorso se per responsabilità sociale delle imprese si prende a riferimento la definizione del Libro Verde presentato dalla Commissione europea il luglio scorso, dove si sostiene che le imprese devono soddisfare non soltanto gli obblighi giuridici ma investire "di più" sul capitale umano, sull’ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate e ciò al fine di conciliare lo sviluppo sociale con una maggiore competitività. La responsabilità sociale delle imprese quindi è costituita da una dimensione interna (Gestione delle risorse umane – salute e sicurezza dei lavoratori – ristrutturazioni attraverso i diritti di informazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori – gestione degli effetti sull’ambiente) e da una dimensione esterna (comunità locali – rapporti commerciali con fornitori e consumatori). Se consideriamo quindi queste indicazioni e quelle che ci vengono date dalle Istituzioni internazionali, possiamo sostenere che ancora da parte aziendale non esiste questa assunzione di responsabilità su base volontaria; esiste piuttosto la situazione inversa per la quale le imprese affrontano queste questioni solo se sono obbligate a farlo. Infatti tutte le esperienze che abbiamo fatto come Organizzazioni sindacali nazionali ed europee in tema di responsabilità sociale, per esempio tutto il lavoro sui codici di condotta, sono sempre state possibili solo perché a monte è successo un fatto talmente eclatante, talmente grave, che ha avuto anche grande risalto sulla stampa, che le aziende coinvolte non si sono potute esimere dal sedersi ad un tavolo negoziale e contrattare con il sindacato le dovute soluzioni. A mio avviso questo significa che oggi non esiste una cultura aziendale sufficientemente matura che possa far capire alle imprese che investire sul quel qualcosa in più significhi aumento della propria capacità competitiva. Quindi la responsabilità sociale diventa elemento strategico dal punto di vista commerciale e di marketing, solo se le imprese sono costrette a farlo per eventi che possono indebolire la loro credibilità e la loro immagine sul piano interno ed esterno. A mio avviso allora il dato che manca al dibattito è cosa fare laddove non esiste cultura aziendale? Credo che la Commissione Europea e le Istituzione internazionali abbiano fatto bene a fissare l’orientamento politico, che è assolutamente in linea con i processi di mondializzazione e con un mercato dinamico e competitivo basata sulla coesione sociale. D’altra parte una cosa è fissare obiettivi politici dall’alto, altra cosa è loro effettiva attuazione e applicazione nelle singole realtà aziendali. Infatti come Organizzazioni sindacali a livello italiano abbiamo espresso delle perplessità sul principio europeo di responsabilità sociale perché a nostro avviso tende a scaricare tutto solo sulle imprese, liberando quindi i governi nazionali da qualsiasi impegno. Ecco perché sosteniamo la riflessione avanzata dalla Confederazione Sindacale Europea che parla di "illusioni", nel momento in cui tutti gli attori che ruotano intorno alle imprese sono posti sullo stesso piano (imprenditori, sindacati, ONG, poteri pubblici, consumatori, azionisti, ecc) e nel momento in cui si sostiene che l’evoluzione sociale si debba basare sulla buona volontà delle imprese, superando così il naturale confronto con il sindacato che invece è il soggetto attraverso il quale, in un’ottica di partecipazione, si potrebbe gestire tutta la partita. Come Sindacato dobbiamo essere in grado di accompagnare questa assunzione di responsabilità da parte dell’aziende con iniziative di informazione e di sensibilizzazione e con la contrattazione, per far capire alle imprese che un maggior impegno sul sociale è un investimento e non un costo.
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